cronaca POLITICA

Derek Chauvin, l’agente di polizia di Minneapolis coinvolto nella morte dell’afroamericano George Floyd è stato arrestato e dovrà rispondere di omicidio colposo.

Trump

Chi ha paura dell’uomo nero?Intanto il presidente Trump definisce i manifestanti “criminali”, rompe con l’Oms e annuncia sanzioni contro la Cina per non aver rispettato i patti su Hong Kong.

Terzo giorno di scontri e saccheggi a Minneapolis dopo la morte di George Floyd, cittadino afroamericano soffocato da un poliziotto. Il sindaco della città, il democratico Jacob Frey, ha dichiarato lo stato di emergenza e richiesto l’intervento della guardia nazionale per sedare le violenze. Derek Chauvin, l’agente di polizia coinvolto nella morte dell’uomo è stato arrestato e dovrà rispondere di omicidio colposo. La morte di Floyd, che risale a lunedì, ha sollevato un’ondata di indignazione generalizzata e il video ripreso da una passante – in cui si vede l’uomo bloccato a terra durante un fermo con Chauvin che gli preme con violenza il ginocchio sul collo, tra le proteste dei passanti – è stato condiviso sui social milioni di volte. Il Dipartimento di giustizia e l’Fbi hanno dichiarato che l’indagine sulla morte di Floyd è “una priorità assoluta”. Nel frattempo è emerso che la vittima e l’agente di polizia si conoscevano, avendo lavorato per la sicurezza dello stesso night club, il Nuevo Rodeo. In una situazione già esplosiva, in cui le proteste si stanno estendendo ad altre città americane prendendo la forma di vere e proprie rivolte, è entrato a gamba tesa il presidente Donald Trump che ha definito “criminali” i manifestanti e precisato che “quando si passa ai saccheggi allora si comincia a sparare”. Il tweet gli è valso una segnalazione da parte di Twitter per cui “viola gli standard sull’esaltazione della violenza”, anche se è ancora visibile agli utenti.

Solo poche ore prima Trump aveva firmato un ordine esecutivo per ridurre l’immunità di cui godono i social per i contenuti dei loro siti che li protegge da eventuali cause. Il tycoon non ha apprezzato che la piattaforma avesse bollato nei giorni scorsi come “potenzialmente fuorvianti” alcuni suoi tweet su possibili brogli dovuti al voto per posta negli Usa. Trump ha poi ingaggiato una polemica con il sindaco Frey, accusandolo di “debolezza” e mancanza di leadership. È seguito un botta e risposta con il primo cittadino che ha replicato: “Debolezza è rifiutare di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e puntare il dito contro qualcun altro, in un momento di crisi”. Un riferimento, neanche troppo velato, all’atteggiamento tenuto da Trump durante la pandemia dal Coronavirus, che lui continua a chiamare “il virus cinese” e che ha contribuito ad alimentare le tensioni con Pechino. In un momento di relazioni ai minimi tra le due superpotenze, intanto, la vicenda di Hong Kong (ascolta il Podcast) rischia di diventare la classica goccia che fa traboccare il vaso. Nella serata di sabato Donald Trump ha annunciato la rottura definitiva con l’Oms – accusata di essere “un fantoccio” nelle mani dei cinesi e confermato sanzioni contro la Cina per l’interferenza contro l’autonomia di Hong Kong. “La Cina ha violato la sua promessa di assicurare l’autonomia di Hong Kong”, ha detto Donald Trump. Ci saranno “sanzioni contro i responsabili del partito comunista cinese” sull’isola. L’amministrazione americana comincerà anche il processo per eliminare le esenzioni che conferiscono all’ex colonia britannica un trattamento speciale perché, con la stretta di Pechino, Hong Kong “non si può più considerare autonoma”.

Se sul fronte estero a tenere banco sono le tensioni con la Cina, su quello interno gli Stati Uniti devono fare i conti con la crisi economica. Nel primo trimestre di quest’anno il Pil ha registrato un crollo del 5% rispetto all’ultimo trimestre del 2019. Da quando è iniziata la pandemia un lavoratore americano su quattro ha perso il lavoro e con la fine del lockdown finiranno anche i sussidi d’emergenza, cioè l’assegno da 1.200 dollari al mese che gli americani si erano visti recapitare a casa durante la quarantena.

In numeri 

Se dall’inizio della pandemia circa 40 milioni di americani hanno perso il lavoro, c’è una categoria di persone che ha sofferto e soffrirà di più l’impatto del coronavirus: si tratta dei Millennials, le persone nate tra l’inizio degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90, che oggi hanno tra i 20 e i 40 anni. Secondo le stime del dipartimento del Lavoro, tra marzo e aprile, il tasso di occupazione dell’intera generazione del Millennials è crollato del 16%, rispetto a un calo medio del 12% per la Generation X (chi è nato tra il ‘65 e l’80) e del 13% per i Baby boomers (i figli del Boom economico, nati nel secondo dopoguerra). A patire ancora più di questi è stata la generazione Z, gli Zoomers – i più vecchi tra loro hanno oggi appena 20 anni – che però stanno entrando solo ora mondo del lavoro e per i quali, quindi, il calo non è stato il peggiore in termini assoluti. Così, se all’inizio del 2019 i Millennials erano diventati la generazione che occupava più posti di lavoro full-time, il loro primato è durato appena poco più di un anno, finché il coronavirus li ha nuovamente riportati al secondo posto dopo la Gen X.

Secondo il Washington Post, la loro è in assoluto la generazione più sfortunata degli ultimi decenni: i più anziani tra loro si sono diplomati a cavallo degli attentati dell’11 settembre 2001, hanno lottato per trovare un lavoro e – ultimi arrivati – sono stati travolti dalla crisi del 2008; si sono rialzati e ora, arrivato il momento di “mettere su casa” si ritrovano nel mezzo di una pandemia. La Grande Recessione ha compromesso – forse in modo permanente – le loro probabilità di accedere a lavori e salari elevati e sono i più esposti al rischio di rimanere fuori dal mercato del lavoro o di restare confinati in settori a bassa produttività. Per molti di loro il problema si traduce anche in termini di rimborso del debito universitario, sempre più difficile da ripagare. Di conseguenza, come evidenzia uno studio di Grey Kimborough, analista economico all’American University, i Millennials si sposano più tardi e fanno figli più tardi, e ad un’età in cui i Boomers e la Gen X consolidavano la loro stabilità economica, loro non hanno ancora una casa di proprietà. Anche se, gli Stati Uniti dovessero recuperare i livelli occupazionali pre-pandemia nei prossimi mesi, il rischio per i Millennials è quello di vedere aggravarsi ulteriormente la propria fragilità economica rispetto alle generazioni più anziane. “La narrazione del ‘basta impegnarsi di più, lavorare di più, fare più sacrifici’ è molto americana – osserva Ana Kent, analista politico per la Federal Reserve Bank di St. Louis – ma ignora il fatto che la marea ora è decisamente più forte e che molti Millennials hanno dovuto sforzarsi, per restare a galla, fin dall’inizio”.

Il punto di Ipsos

Il commento di Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos Italia

Nell’ultima settimana si è allargato il divario tra gli elettori repubblicani e quelli democratici riguardo al Coronavirus: tra i primi la preoccupazione è scesa di sei punti (da 72% a 66%), tra i secondi è aumentata di un punto (da 90% a 91%).

In generale l’operato di Trump viene disapprovato dal 54% degli americani, mentre il 41% lo apprezza. I giudizi sono fortemente polarizzati: tra i Dem l’89% boccia l’operato del presidente mentre tra gli elettori del GOP l’84% si esprime positivamente. Gli orientamenti di voto fanno registrare il vantaggio di quattro punti Biden su Trump (41% a 37%), che sale a sei punti tra gli elettori registrati (45% a 39%).

I temi caldi

La pandemia travolge tutto e tutti e la campagna elettorale e il voto a novembre non fanno eccezione. Circa un mese fa vi avevamo parlato del tema del voto via posta, che i democratici propongono come alternativa al voto fisico e a cui i repubblicani si oppongono. Il tema è finito nuovamente sotto i riflettori questa settimana, quando un tweet di Trump che sosteneva che il via posta sarebbe “fraudolento” è stato etichettato da Twitter come “a rischio fake news”. Ma a tenere banco in queste settimane sono anche altri problemi “logistici”: le conventions ci saranno? Le elezioni potrebbero essere posticipate? Cosa succede con il voto per la Camera e il Senato?

Questa settimana Trump ha fatto sapere agli abitanti del Nord Carolina che, se il governatore dem Roy Cooper non garantirà che ad agosto la città di Charlotte potrà ospitare la Convention repubblicana, il presidente si vedrà obbligato a cambiare location. Un aut aut, insomma, considerato che le Convention generano un giro d’affari milionario: nel 2016 la Convention Democratica e quella Repubblicana avevano attirato circa 50.000 persone ciascuna e fatto guadagnare complessivamente 180 milioni di dollari alle città ospitanti. Dall’altra parte, i democratici – che già hanno posticipato la Convention da luglio ad agosto, una settimana prima di quella repubblicana – tengono invece aperte tutte le opzioni, e lo stesso Biden si dice pronto all’eventualità di una Convention online. A spingersi oltre, con una domanda ancor più radicale è il New York Times che chiede: “Ma le convention hanno ancora senso oggigiorno? O sono forse diventate un rituale d’altri tempi?” E ricorda che sono passati quasi 70 anni dall’ultima volta che ai delegati che partecipavano a una Convention è toccato dover effettivamente decidere il nome del candidato presidente. Da allora, con le primarie, era già uscito un netto vincitore e la Convention era servita soltanto a presentarlo ufficialmente. Nell’era dei social e della comunicazione perenne, ci si chiede quanto ancora il “circo” delle Convention possa avere un impatto concreto sulla campagna elettorale.

Un appuntamento che invece non si può proprio cancellare, sono le elezioni stesse. Se molti Stati hanno infatti posticipato le primarie a causa del virus, cambiare la data delle presidenziali è un affare ben più complesso: una legge del 1845 stabilisce che le elezioni presidenziali devono tenersi il martedì dopo il primo lunedì di novembre, e solo una decisione del Congresso può spostarle. Anche se ciò accadesse, la data non potrebbe comunque cambiare di moltola Costituzione infatti fissa paletti precisi e sancisce che “il mandato del presidente e vicepresidente finirà a mezzogiorno del 20esimo giorno di gennaio”. Quella di un rinvio, insomma, è un’ipotesi altamente improbabile, e un evento senza precedenti – che non si è mai verificato neanche durante la guerra o l’influenza spagnola.

Lo stesso vale per le elezioni di deputati e senatori, che secondo la legge federale vanno eletti, come il presidente, il martedì dopo il primo lunedì di novembre. Il 3 novembre infatti, gli americani non voteranno solo per il presidente ma anche per tutti i rappresentanti della Camera e un terzo dei senatori. In base alla legge elettorale, ogni due anni vanno rinnovati tutti i deputati (che ciascuno stato elegge in numero proporzionale alla propria popolazione) e un terzo dei senatori (che sono invece sempre due per ogni stato). Al momento, la Camera è a netta maggioranza democratica (233 a 197) mentre il Senato è a maggioranza repubblicana, ma più in bilico (53 a 47). Le proiezioni vedono i dem mantenere la Camera, mentre al Senato la partita è aperta: dei 35 senatori che tenteranno la rielezione, infatti, ben 23 sono repubblicani e, se i dem riuscissero a conquistare 4 seggi in più degli attuali, arriverebbero alla maggioranza assoluta (ne basteranno 3 se Biden verrà eletto presidente). Se davvero ai democratici riuscisse il colpo di eleggere il presidente e ottenere la maggioranza dei seggi sia alla Camera sia al Senato, per Joe Biden si presenterebbe uno scenario ideale per i primi due anni di mandato, fino alle successive elezioni di midterm. Lo stesso scenario con cui, nel 2008, era iniziato il primo mandato di Barack Obama e che gli aveva permesso di far passare leggi rivoluzionarie come la Dodd-Frank e l’Affordable Care Act.

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