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Vito plastino Fabrizio Hildanus (1545-1599) sosteneva che non si doveva far venire il pus

Fabrizio Hildanus (1545-1599) sosteneva che non si doveva far venire il pus nelle ferite di seconda intenzione e che si doveva procedere alla legatura dei vasi prima delle operazioni. Gaspare Tagliacozzi imparò il metodo di ricostruzione del naso dai Norcini, che operavano soprattutto nell’Italia meridionale. La ricostruzione del naso era importante, visto che era soggetto a distruzione per via di molte malattie, come la tubercolosi e la sifilide, e per via delle frequenti mutilazioni della faccia dovute alle armi da fuoco.

Ricostruizione del naso secondo Gaspare TagliacozziIl metodo di Tagliacozzi era quello di prelevare un lembo cutaneo dal braccio con cui ricostruire il naso.
Divenne celeberrimo in tutta Europa e venivano da tutto il mondo per farsi curare da lui, la sua opera fu continuata da un allievo, ma per poco tempo, perché la pratica chirurgica decadde. Era l’epoca della Controriforma e dell’Inquisizione, ed alcuni individui, dopo la morte, lo accusarono di essere stato un mago che aveva manipolato ciò che era stato creato da Dio. Così il cadavere del Tagliacozzi fu, sia pure solo per alcuni mesi, estratto dalla tomba e sepolto in zona non consacrata Fu però assolto e la sua salma fu ricollocata nella cappella originaria, demolita nel primo ottocento. Il suo lavoro è comunque rimasto grazie ad un suo trattato sulla chirurgia plastica. (DE CURTORUM CHIRURGIA PER INSITIONEM). Alla morte di Tagliacozzi la sua tecnica operatoria fu continuata per alcuni decenni dal suo allievo Giovanni Battista Cortesi (1553?-1533?) trasferitosi all’Università di Messina.

Questa chirurgia venne riscoperta solamente nell’800 inoltrato quando venne usato il sistema della rinoplastica indiana, che era più semplice ma anche molto più deturpante. Consisteva nel togliere dei pezzi di cute dalla fronte e metterli sul naso; in pratica bisognava girare un lembo di cute, ma il problema era che rimaneva una cicatrice molto brutta sulla fronte.

Ritratto di Galileo GalileiLa fine del ‘500 e il ‘600 furono caratterizzati dalla rivoluzione scientifica operata in gran parte da Galileo Galilei (1564-1642). Questi era figlio di un famoso musicista pisano ed il padre avrebbe voluto che si laureasse in medicina, ma lui preferì interessarsi di matematica. Fu il primo a introdurre il calcolo matematico negli esperimenti scientifici. Galileo abbracciò la teoria democritea, in contrapposizione alla teoria aristotelica finalistica secondo cui tutto quello che accade in natura ha uno scopo. Democrito sosteneva che l’universo e gli organismi erano formati da atomi in un continuo e casuale movimento, quindi la filosofia democritea si basava sull’osservazione e non sul finalismo come era quella di Aristotele: sul come, non sul perchè.

Galileo diede notizia nel Sidereus Nuncius di essere riuscito a dimostrare sperimentalmente la teoria di Copernico: infatti utilizzando il cannochiale vide i satelliti di Giove e dimostrò che al centro dell’universo era il sole, non la terra; provò quindi che la teoria Tolemaica era falsa.Frontespizio del Sidereus nuncius Per queste dimostrazioni Galileo ebbe grossi problemi con l’Inquisizione; quando lasciò Padova, presso la cui Università insegnava, fece l’errore di andare a Firenze, città che allora era molto condizionata dal papato, al contrario di Venezia che invece godeva ancora di una certa autonomia perchè politicamente forte e lontana da Roma. Fu perseguitato dall’Inquisizione.

Galileo ebbe anche il merito di usare i mezzi ottici, non solo per vedere le cose grandi ma anche per vedere quelle piccole, e consigliò ai suoi allievi di usare “l’occhialino”. Fu probabilmente Francesco Stelluti (1577-1652), un suo allievo, a chiamare lo strumento microscopio. C’è una tradizione senza nessuna base storica, secondo cui chi scoprì il microscopio fu l’olandese Zacharius Jansen; in realtà l’unica cosa certa è che costui costruiva lenti. L’uso del microscopio per osservare le cose invisibili è da attribuire solo a Galileo; ciò è documentato in una sua lettera in cui esorta i suoi allievi a usare il microscopio.
Sicuramente l’apporto più importante alla scienza fu l’uso della matematica, necessaria per quantizzare l’esperimento.

Poiché Galileo era un fisico egli aveva elaborato la teoria secondo cui il corpo umano era una macchina e gli organi delle minute macchine: bisognava pertanto ricercare la macchina elementare.

I microscopi di Galileo avevano dei grossi problemi perché presentavano dei difetti di rifrazione e riflessione della luce, per cui si vedevano molte immagini illusorie: ciò comportò feroci critiche al microscopio.

Marco Aurelio Severino (1580-1656). Nato a Tarsia (Calabria) fu professore di Anatomia e Medicina a Napoli. Egli abbracciò appieno la filosofia galileiana e usando il microscopio descrisse addirittura l’utero dello scarabeo (che, naturalmente, ne è privo). Dimostrò tuttavia che negli insetti ritroviamo gli organi che ci sono negli animali superiori; sosteneva anche che il microscopio doveva servire a vedere cose invisibili e che l’anatomia non doveva essere considerata come “arte del tagliare” ma servire per scomporre e per andare a ricercare gli atomi. (Anatomia dissutrix non dissectrix).

Severino fu anche un grande chirurgo e pubblicò (1632) il primo trattato illustrato di patologia chirurgica. A Napoli ci fu una epidemia di difterite e lui, praticando la laringectomia, salvò molte vite. In periodo di peste non scappò dalla città, come fecero molti altri medici, ma rimase a curare i malati; purtroppo però si ammalò anche lui di peste e morì.

Lo studio microscopico degli insetti evidenziò che cose che sembravano assolutamente grossolane erano invece molto complicate.

Molti allievi della scuola di Galileo, con degli artifizi, riuscirono a mettere in evidenza delle strutture molto fini, dando perciò il via alla cosiddetta anatomia scompositiva o artificiosa. Per esempio Giovanbattista Odierna (1597-1660) a Palermo, bollì l’occhio di una mosca e dimostrò che era formato da una miriade di cristallini che permettevano alla mosca di vedere a 360°. Oltre al microscopio si poteva usare il microscopium naturae; infatti Auberio, che era un allievo di Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679) a sua volta allievo di Galileo, per dimostrare come era fatto il testicolo studiò quello del maiale, animale che aveva già colpito Galeno proprio perché gli organi vegetativi erano simili a quelli dell’uomo, e mise in evidenza i tubuli seminiferi, la struttura dei tubuli efferenti e l’epididimo, che poi furono comparati con quelli dell’uomo.

Quindi qualsiasi metodo andava bene pur di riuscire a capire come è costruito e come funziona il corpo umano.

Il fatto che la matematica e la misurazione dell’esperimento fossero cose essenziali portò a delle conseguenze qualche volta al limite del possibile; per esempio ci fu un grande scienziato Santorio Santorio (1561-1636), istriano e allievo della scuola galileiana, che trascorse gran parte della sua vita in una bilancia dove si pesava quando mangiava e dopo aver defecato, misurando ciò che rimaneva dopo aver mangiato: ebbe così l’intuizione dell’esistenza del metabolismo. Egli capì anche che la sudorazione serviva all’eliminazione del calore; fu anche il primo a fare la misurazione del polso e ad usare il termometro per misurare la febbre.

La scienza galileiana aveva come base l’esperimento: bisognava dare un significato alle cose solo dopo averle osservate e misurate.

Tavole di Aselli sui vasi chiliferi: le prime stampate a coloriGaspare Aselli (1581-1626) (scoperta dei vasi chiliferi). Era un medico milanese, professore all’Università di Pavia (a Milano l’Università non c’era). Facendo un esperimento su un piccolo cane, in cui voleva dimostrare come avvenivano le escursioni diaframmatiche e anche come potevano cessare con la resezione del nervo frenico, quando aprì l’addome sotto il diaframma vide una rete bianchissima nelle maglie del mesentere e si rese conto di aver fatto una grande scoperta, cioè di aver scoperto il quarto tipo di circolazione. Quando volle mostrare questa scoperta all’Università di Pavia usò un grosso cane randagio, ma dopo averlo aperto davanti a tutti non vide niente. Così Aselli, dopo un momento di sconforto, pensò che la differenza tra i due cani era che il primo aveva mangiato mentre il secondo cane, che era un randagio, non aveva mangiato. Allora decise di ripetere l’esperimento con un terzo cane, che aprì dopo averlo fatto mangiare. Questa volta finalmente vide la rete dei vasi chiliferi e poté dimostrare la loro esistenza all’Università. In seguito realizzò un atlante che conteneva le prime stampe a colori. Un grosso errore che fece Aselli fu quello di confondere un linfonodo con un organo che lui chiamò pancreas. Ancora non si conosceva il sistema linfatico, che verrà scoperto solo qualche decennio dopo: prima Jean Pequet (1622-1674) scoprì la cisterna del chilo e poi, l’intera circolazione linfatica venne descritta da un medico romano Giovanni Guglielmo Riva (1627-1677), e da Thomas Bartholin (1616-1680). Va ricordato che Bartolomeo Eustachi aveva già descrito il dotto toracico del cavallo nel 1564.

William Harvey e il suo ReWilliam Harvey (1578-1657). Studiò a Padova dove fu allievo di Fabrizio e di Casserio. Egli si interessò della circolazione del sangue. Innanzitutto misurò la quantità di sangue che c’è nel corpo (prese un animale a cui tagliò una vena e estrasse tutto il sangue) e vide che era molto limitata. Questo fatto era quindi in contrasto col concetto galenico secondo cui il sangue veniva continuamente prodotto per essere assorbito dalle strutture periferiche.

1628: data storica in cui Harvey pubblicò il suo trattato intitolato Exercitatio Anatomica de Motu cordis et sanguinis in animalibus.

Tavola del De Motu cordis di HarveyHarvey, usando le stesse tavole di Fabrizio d’Acquapendente, dimostrò che nelle vene il sangue non aveva decorso centrifugo, come invece sosteneva Galeno, secondo cui il sangue andava dal fegato alla periferia. Fabrizio aveva interpretato quelle tumefazioni che si vedono quando si comprime una vena (e dovute alle valvole venose) come delle porticine che servivano per rallentare il flusso dal centro alla periferia, Harvey dimostrò esattamente il contrario: infatti aveva visto che, mettendo un laccio ad una vena, che pertanto diventa turgida, e poi chiudendo altri due segmenti, il sangue non va dal centro alla periferia ma dalla periferia verso il centro. Quindi Harvey capì il meccanismo della circolazione venosa, capì che il cuore era come una pompa che metteva in circolo il sangue, ma non riuscì a trovare l’anello di congiunzione tra le arterie e le vene perché non riusciva a vedere i capillari. I capillari vennero poi scoperti, più tardi, da Malpighi negli animali a sangue freddo ed in quelli a sangue caldo da Spallanzani che confermò le precedenti osservazioni di William Cowper (1666-1709).

Questa nuova teoria ebbe diversi consensi ma anche molte critiche, anche perché il concetto della circolazione fu associato a idee politiche sulla circolazione del potere. Perciò Harvey all’inizio fu criticato moltissimo ma poi la sua teoria si affermò declassando il fegato che da organo principale divenne invece solo l’organo che secerne la bile. Addirittura ci fu il famoso anatomico Thomas Bartholin (maestro di Stenone) che pubblicò le exequiae del fegato.

Questione del contagio.

Incisione tedesca del 1700 che rappresenta un medico nel corso di una epidemia di pesteNonostante nel ‘300 e nel ‘600 ci fosse stata la peste, e nonostante ci fossero molte malattie endemiche come la lebbra e la tubercolosi ( che allora non era considerata una sola malattia ma comprendeva 6 o 7 malattie diverse) non si sviluppò il concetto di contagio da organismi viventi (contagio vivo).

In pratica non si capiva come si trasmettessero le malattie: l’idea più accreditata era che gli odori (miasmi) portassero il contagio, ma non si capiva assolutamente quale fosse la via di trasmissione. Non c’era nessun concetto di igiene, i malati venivano messi su letti con lenzuola sporche che poi venivano riciclate senza lavaggio. Questo portò alla diffusione di malattie, soprattutto nelle zone molto affollate.

In Sardegna c’è il tipico esempio di come malattie come la peste attecchissero soprattutto nelle città, ma non nei villaggi. Il veicolo della peste è una pulce. In realtà sono i ratti che si ammalano di peste, poi la pulce la trasmette all’uomo, quando poi la peste diventa veramente epidemica allora c’è la peste polmonare che permette il contagio diretto uomo-uomo. La peste venne dall’Oriente e pare che sia stata portata a Messina da una nave di genovesi, scappati dalla città che presidiavano perchè era stata assediata dai turchi. Questi però avevano buttato dei cadaveri di appestati nella città, così alcuni marinai si ammalarono e portarono la peste nel 1347 a Messina da dove poi si diffuse in tutta l’Italia e in tutta l’Europa.

La scomparsa della peste fu favorita e dal fatto che intorno alla fine del 600 ci fu un’invasione di ratti marroni che soppiantarono il ratto nero, che era molto più recettivo alla peste, e anche perché si cominciò a evitare di costruire i solai in legno dove potevano albergare i topi (questo accadde soprattutto nelle zone calde). Un’altra ipotesi sostiene che ciò è dovuto alla comparsa di un germe meno virulento che permette l’immunizzazione dei ratti.

Quasi contemporaneamente alla pubblicazione dell’opera di Vesalio (1514-1564), c’era stato un famoso anatomo medico veronese Gerolamo Fracastoro (1478/9-1553), il quale diede il nome ad una malattia endemica che si era appena sviluppata: la sifilide.

Inizio del poemetto di G. Fracastoro sulla sifilideLa sifilide scoppiò per la prima volta in modo epidemico alla fine del ‘400 durante l’assedio di Carlo VIII a Napoli (1496); finchè l’Italia fu la nazione leader i napoletani chiamarono la sifilide male francese, mentre, quando l’Italia decadde, i francesi la chiamarono mal di Napoli. La sifilide forse era dovuta ad una recrudescenza di una malattia che ha cambiato fisionomia ma che era già endemica nell’oriente arabo, oppure un’altra teoria dice che venne portata dall’America ad opera dei marinai di Cristoforo Colombo. Si riconobbe subito che la sifilide era dovuta al contagio sessuale e si diceva che si era sviluppata dall’amplesso di una prostituta con un lebbroso.

Fracastoro diede il nome alla sifilide in un famoso poemetto, dedicato a Pietro Bembo, e parlò anche del legno santo che era uno dei principi terapeutici di allora: si trattava di un legno (guaiaco) che provocava una grande sudorazione. Si pensava che anche la sifilide fosse una malattia da curare secondo i principi ippocratici, per cui bisognava eliminare la materia peccans: in questo caso si doveva togliere l’eccesso di flemma con l’uso di farmaci che provocassero la sudorazione, come il legno guaiaco e il mercurio. La sifilide è una malattia che fece la fortuna dei medici perché nel 30% dei casi guariva da sola e, quando un malato guariva, il medico sosteneva che era merito delle sue cure, anche se in realtà non era così. Per combattere la sifilide si somministrava il mercurio che essendo tossico per le ghiandole salivari e per quelle sudoripare, provocava una secrezione potentissima. Al tempo, il trattamento proposto per ovviare a ciò era quello di mettere un ferro incandescente sulla testa del malato, perché si credeva che la saliva ed il sudore derivassero dal cervello. Un altro effetto del mercurio era quello di annerire i denti, costringendo le nobildonne a limarsi i denti per nascondere il fatto che stavano facendo la terapia mercuriale contro la sifilide. Fracastoro sosteneva che esistessero degli organismi viventi invisibili, da lui chiamati seminaria, che portavano il contagio. Questi seminaria si potevano trasmettere non solo per contatto diretto ma anche con vestiti, lenzuola, oggetti. vito plastino torino curriculum, sanità

Un’altra malattia che allora era endemica era la lebbra. La lebbra in Sardegna attecchì proprio perché è una malattia ad incubazione molto lenta (simile alla tubercolosi anche se i due microrganismi sono rivali, infatti dove c’è la lebbra non c’è la tubercolosi e viceversa). La lebbra è una malattia che si sviluppa nel giro di decenni, e in Sardegna c’erano molti focolai che andarono avanti fino all’età moderna (infatti è uno degli ultimi posti dove ci sono stati i lebbrosari). Occorre un contagio prolungato per prendersi la lebbra, quindi è difficile che le persone che girano molto la contraggano. La lebbra era considerata una malattia da temere, oltretutto aveva dei risvolti sociali molto particolari; infatti quando si scopriva che uno era lebbroso (siamo nel tardo medioevo e all’inizio dell’età moderna) gli veniva fatto addirittura il funerale e perdeva qualsiasi diritto. I lebbrosi venivano tenuti in luoghi appartati, ma venivano mantenuti a spese della comunità; questo spiega il perché di persone indigenti che per sopravvivere si dichiaravano lebbrosi, in modo da avere l’assistenza pubblica.

L’infame fenomeno della caccia alle streghe si è sviluppato tra la fine del XIV_secolo e l’inizio del XVIII secolo nell’occidente cristiano (sia in ambito cattolico che protestante). I criteri utili a riconoscere le streghe e a perseguirle come eretiche erano specificate nel famigerato libro: Malleus Maleficarum, scritto nel XV da due fanatici Domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, che ebbe una diffusione enorme (ben 34 edizioni ed oltre 30000 copie). Le “caccie alle streghe” si verificarono soprattutto tra la fine del 1400 e la prima metà del 1600. Le presunte streghe appartenevano in genere alle classi popolari ed erano per lo più donne sole o vedove, levatrici, erboriste, fattucchiere o prostitute. Molte “streghe” vennero ferocemente torturate e bruciate vive, con le motivazioni più varie e le “confessioni”, estorte con la tortura, utilizzate per incriminare altre disgraziate. Il fenomeno fu, con qualche eccezione, confinato al sesso femminile. I due ultimi processi in cui le “streghe” vennero condannate e arse vive avvennero uno nella Svizzera protestante (1782) e l’altro nella Polonia cattolica (1793).

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